Interviste ai famigliari
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Il Dr. Marcos Freire de Andrade Neves si occupa della circolazione transnazionale di persone, farmaci, tecnologie e documenti nel contesto delle pratiche bio e necropolitiche, in particolare della morte assistita e della pena di morte.
Ci parla con passione e dovizia di particolari delle sue ricerche sui farmaci utilizzati, in particolare in Svizzera, per il suicidio assistito, e negli USA per l’iniezione letale.
Come sappiamo, i protocolli per l’iniezione letale negli USA sono recentemente cambiati passando perlopiù da un cocktail di 3 farmaci ad 1 soltanto.
Questo è accaduto – fra le altre cose – in seguito alla decisione della ditta produttrice Hospira di interrompere la produzione di sodium thiopental (l’anestetico usato nel cocktail mortale delle esecuzioni capitali) su intervento di importanti associazioni italiane come Nessuno Tocchi Caino e Comunità di Sant’Egidio.
Dopo uno stop alle esportazioni dalla Gran Bretagna, con una sentenza della Corte della Regina, a seguito di iniziative legali americane (North Western School of Law di Chicago) e della ONG inglese Reprieve, la ditta attiva in Italia, Hospira srl, sussidiaria dell’americana Hospira, era diventata il principale fornitore di questo anestetico (peraltro in via di disuso nel normale uso terapeutico, mentre era uno dei tre farmaci ufficiali nel protocollo delle esecuzioni capitali).
Sono stati anche fissati, in maniera concordata, i criteri di produzione e uso a soli fini terapeutici del farmaco con penali in caso di trasgressione dei limiti di licenza.
Il Dr. Neves ci illustra come lo stesso farmaco, utilizzato però in maniera diversa, porti comunque alla morte passando però per strade assai diverse, per così dire.
In Svizzera il pentobarbital, farmaco letale classificato come stupefacente, richiede un controllo rigoroso e il suo impiego si basa sulla fiducia accordata al personale delle organizzazioni di assistenza al suicidio. Nella pratica del suicidio assistito il farmaco viene somministrato da personale medico qualificato ed adeguatamente formato, nei modi, nei tempi e nei quantitativi corretti, in un contesto sereno e rilassato ed in un ambiente estremamente gradevole, al fine di rendere davvero “dolce” e totalmente indolore la morte di chi sceglie di porre fine alla propria esistenza. Il paziente si addormenta profondamente e, serenamente, passa dal sonno alla morte.
Nelle esecuzioni capitali, invece, il contesto è completamente diverso: l’ambiente è ostile ed estremamente sgradevole, il condannato non sceglie spontaneamente di morire (salvo rari casi) e, soprattutto, il personale che somministra l’iniezione letale non è medico né formato (per evidenti ragioni etiche e a causa del giuramento di Ippocrate a cui tutti i medici si sottopongono).
Spesso, se il condannato proviene da un passato di dipendenza e si è iniettato droga per via endovenosa per molto tempo, può essere necessario andare alla ricerca di una vena più profonda per via chirurgica e, inoltre, se il prigioniero entra in stato di shock e sposta l’ago agitandosi, il veleno – che deve anche essere ben dosato – può penetrare in un’arteria o una parte di tessuto muscolare, provocando atroce dolore.
Ecco perché è falso affermare – ci dice il Dr. Neves – che l’iniezione letale sia “la più umana tra le condanne a morte“ e che il periodo di sofferenza del condannato sia “ridotto al minimo”.
E le molte “botched executions” ne sono la prova.
In definitiva, non esiste condanna a morte che sia “umana” e su questo, noi e il Dr. Neves, certamente concordiamo.
