Incontro con giornalista
Agosto 27, 2025Intervista al Dr. Marcos Freire de Andrade Neves
Agosto 27, 2025Abbiamo avuto modo di intervistare alcuni famigliari di condannati a morte e alcuni famigliari di vittime del crimine violento contrari all’applicazione della pena capitale.
Per rispetto e delicatezza abbiamo scelto, almeno in questa fase, di non indicare i nomi né degli uni né degli altri.
Nel caso di famigliari di condannati, è evidente come tutti loro si trovino a vivere un’esperienza durissima e spesso letteralmente devastante, caratterizzata da un profondo dolore emotivo, vergogna, isolamento sociale e preoccupazioni pratiche ed economiche legate alla detenzione, alle spese legali (soprattutto nei casi di errori giudiziari) e alla possibile esecuzione dei loro cari.
Le loro difficoltà sono in molti casi accresciute dalle difficoltà economiche in cui versano che rendono molto spesso impossibili anche le (poche) visite concesse ai loro cari, detenuti a migliaia di chilometri di distanza.
Le famiglie con un congiunto condannato a morte subiscono un trauma emotivo significativo, che include ansia, depressione, perdita di autostima e senso di impotenza, oltre a sofferenza per il dolore causato dal loro congiunto.
Spesso provano vergogna e isolamento, temendo il giudizio della società (e spesso anche degli altri familiari), che può portare ad un ulteriore stress psicologico.
Vivono nell’incertezza costante, per il duro presente ed il futuro della persona condannata, per la possibilità concreta di esecuzione e, quindi, di perdita.
Inoltre, come detto, le difficoltà economiche, oltre allo stigma, possono portare all’isolamento sociale, con difficoltà nel mantenere relazioni e un supporto emotivo.
Quasi sempre, senza aiuti esterni, è impossibile affrontare le enormi spese legali ed i costi dei viaggi per le visite. Qualcuno ci riesce e non fa mancare aiuto e conforto al proprio congiunto, ma i più non ce la fanno, con conseguente abbandono del congiunto al proprio destino.
In questi casi il ruolo degli attivisti per i DD.UU. è fondamentale.
Diverse associazioni come la nostra offrono supporto alle famiglie dei detenuti, fornendo assistenza (laddove possibile), supporto psicologico e informazioni, visite ai loro congiunti ed incontri con loro, donando affetto e solidarietà.
Alcune famiglie si uniscono a gruppi di attivisti per sensibilizzare l’opinione pubblica e per sostenere la causa dell’abolizione della pena di morte ed il loro lavoro, data la loro esperienza diretta, è assolutamente prezioso.
Così come lo è – e forse ancora di più – quello dei familiari di vittime che si oppongono alla pena di morte, spesso perché hanno cambiato idea in seguito alla loro esperienza o perché ritengono che la pena capitale non porti realmente conforto o giustizia, ma che rappresenti piuttosto una forma di barbarie statale che viola il diritto alla vita.
In alcuni casi, questi familiari hanno espresso pubblicamente il loro dissenso attraverso dichiarazioni e pubblicazioni, testimoniando come il desiderio di vendetta si trasformi in un rifiuto della punizione capitale.
Molti di loro, dopo un periodo di riflessione, scoprono che la prospettiva della morte del colpevole non porta la pace che speravano e preferiscono percorsi alternativi.
Altri, per ragioni principalmente etiche e morali, rifiutano l’idea che lo Stato debba uccidere per punire un omicidio, vedendo in ciò una contraddizione con i principi di civiltà e rispetto del diritto alla vita.
Tutti sottolineano l’irreversibilità della pena di morte e la necessità di credere nella possibilità di recuperare l’individuo, anche in caso di un reato tanto grave quanto l’omicidio.
Per molti familiari di vittime del crimine, in sostanza, la pena capitale non offre un conforto autentico o una vera giustizia; al contrario, trattasi di vendetta che rischia di perpetrare il ciclo di violenza piuttosto che porvi fine.
Le testimonianze che abbiamo raccolto nel corso del tempo anche con organizzazioni con cui da anni collaboriamo – come, ad esempio, il https://www.journeyofhope.org/ – mostrano come le idee cambino nel tempo, con molti che, dopo aver inizialmente sostenuto la pena di morte, sono poi diventati strenui oppositori.
Questi familiari non vedono la pena di morte come uno strumento di dissuasione o come una soluzione ai problemi sociali, ma come un’ingiustizia che lo Stato dovrebbe evitare di commettere.
