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Gennaio 22, 2026La situazione in Iran rappresenta una delle crisi dei diritti umani più gravi del nostro tempo. La repressione delle proteste, l’uso sistematico della violenza contro i civili e il ricorso alla pena di morte come strumento di intimidazione rivelano un sistema che punisce il dissenso e nega diritti fondamentali. Al centro di questa crisi vi sono le donne e una società civile che continua a resistere, mentre la giustizia viene trasformata in un mezzo di repressione politica. Ciò che accade in Iran non è un fatto isolato, ma una sfida aperta al principio stesso di dignità umana.
La situazione attuale in Iran rappresenta una delle crisi dei diritti umani più gravi e complesse del nostro tempo. Non si tratta di un singolo episodio di violenza o di una fase passeggera di instabilità, ma di un sistema che da anni utilizza la repressione come strumento strutturale di governo. Le proteste esplose e riemerse ciclicamente nel Paese sono l’espressione visibile di un conflitto profondo tra una società civile sempre più consapevole e uno Stato che risponde con la forza, la paura e la punizione esemplare.
Secondo diverse organizzazioni per i diritti umani, il bilancio delle vittime delle recenti ondate di proteste è drammatico. Le stime variano a causa della censura e dei blackout informativi imposti dalle autorità, ma alcune fonti dell’opposizione e reti di monitoraggio parlano di fino a 12.000 morti, mentre i dati più prudenti e verificabili indicano oltre 2.500 persone uccise e decine di migliaia di arresti.
Questa discrepanza non è solo statistica: è parte integrante della violazione dei diritti umani. Impedire la circolazione delle informazioni, intimidire familiari e medici, occultare i corpi e negare dati ufficiali significa negare il diritto alla verità, che è uno dei pilastri della giustizia internazionale.
Dal punto di vista dei diritti umani, ciò che avviene in Iran non può essere considerato una “questione interna”: l’uso sistematico della forza letale contro manifestanti e civili configura una repressione che colpisce diritti fondamentali come il diritto alla vita, alla libertà di espressione e di protesta pacifica.
Un elemento particolarmente allarmante della situazione attuale è il ricorso alla pena di morte contro i manifestanti. La magistratura iraniana ha più volte annunciato processi rapidi e condanne capitali per chi viene accusato di reati vaghi come “guerra contro Dio” o “minaccia alla sicurezza nazionale”. In molti casi, secondo le ONG, questi processi avvengono senza garanzie fondamentali: accesso limitato agli avvocati, confessioni estorte, udienze a porte chiuse.
Le esecuzioni dei manifestanti non hanno solo una funzione punitiva: hanno una funzione simbolica e intimidatoria. Servono a mandare un messaggio chiaro alla popolazione: protestare può costare la vita. Dal punto di vista del diritto internazionale, questo uso della pena capitale è una violazione grave del diritto alla vita e un esempio di come la giustizia venga trasformata in uno strumento di repressione politica.
All’interno di questo scenario, le donne occupano un ruolo centrale. La loro lotta non è marginale né secondaria: è il cuore stesso della crisi dei diritti umani in Iran. Le donne vivono sotto un sistema di discriminazione legale e sociale istituzionalizzata, che limita la loro libertà di movimento, l’autonomia personale, i diritti familiari e l’espressione di sé.
Il movimento “Donna, Vita, Libertà”, nato dopo la morte di Mahsa (Jina) Amini nel 2022, ha reso evidente al mondo che il controllo sul corpo delle donne è uno degli strumenti principali attraverso cui lo Stato esercita il potere sull’intera società. Togliersi il velo, scendere in piazza, parlare pubblicamente non sono semplici gesti simbolici: sono atti di resistenza civile che rivendicano dignità e cittadinanza.
Reprimere le donne significa reprimere il futuro stesso del Paese. Non è un caso che molte delle vittime, delle arrestate e delle condannate siano giovani donne.
A questo punto emerge una domanda inevitabile: perché una crisi di diritti umani di tale portata continua a ricevere una risposta internazionale così limitata?
La risposta passa dalla geopolitica e dal petrolio. L’Iran possiede alcune delle maggiori riserve energetiche al mondo ed è un attore chiave negli equilibri del Medio Oriente. Questo rende il Paese centrale per i mercati globali dell’energia e per le strategie di potenze come gli Stati Uniti.
Gli USA, da un lato, condannano ufficialmente le violazioni dei diritti umani e sostengono il diritto alla protesta; dall’altro, mantengono un approccio prudente, consapevoli che un’escalation potrebbe destabilizzare ulteriormente la regione e influire sui mercati energetici globali. Ne deriva una tensione costante tra principi dichiarati e interessi strategici.
Questo intreccio solleva una questione etica fondamentale: i diritti umani sono davvero universali, o diventano negoziabili quando entrano in conflitto con il petrolio e la stabilità geopolitica?
L’Iran oggi ci mette di fronte a una verità scomoda. Le violazioni dei diritti umani non avvengono solo nei luoghi “lontani” o “incomprensibili”, ma prosperano anche grazie ai silenzi, alle ambiguità e alle convenienze della comunità internazionale.
Che i morti siano 2.500 o 12.000, che le esecuzioni siano decine o centinaia, il punto non cambia: ogni vita persa rappresenta un fallimento collettivo nella tutela della dignità umana. La lotta delle donne iraniane, il sacrificio dei manifestanti e la repressione sistematica non sono solo una questione iraniana: sono una sfida aperta ai valori su cui si fonda il concetto stesso di diritti umani.
La situazione iraniana mostra con estrema chiarezza una verità spesso rimossa dal dibattito pubblico: la pena di morte non è uno strumento di giustizia, ma un’arma politica.
In Iran viene utilizzata non solo per punire reati gravi, ma per reprimere il dissenso, intimidire la società civile e spezzare movimenti di protesta.
Quando manifestanti vengono condannati a morte dopo processi rapidi, opachi e privi di garanzie, la pena capitale smette di avere qualsiasi pretesa di legalità. Diventa un messaggio rivolto a tutti: chi protesta può essere eliminato.
Dal punto di vista dei diritti umani, questo rappresenta una delle violazioni più gravi possibili, perché colpisce contemporaneamente il diritto alla vita, il diritto a un giusto processo e il diritto alla libertà di espressione e di protesta
L’Iran non è un’eccezione isolata, ma un esempio estremo di ciò che accade quando uno Stato mantiene il potere di togliere la vita in nome della legge. La pena di morte, in questo contesto, dimostra tutta la sua natura irreversibile e arbitraria: colpisce soprattutto i più vulnerabili, i dissidenti, i giovani, le donne, chi non ha voce.
Opporsi alla pena di morte oggi significa anche dare un nome e un volto alle sue vittime, denunciare il suo uso come strumento di repressione e rifiutare l’idea che l’esecuzione possa essere una risposta accettabile al conflitto sociale o politico.
Nel caso iraniano, abolire la pena di morte non sarebbe solo una riforma giuridica: sarebbe un primo passo verso il riconoscimento della dignità umana come valore non negoziabile.
Perché nessuno Stato dovrebbe avere il diritto di uccidere in nome della legge.
E perché i diritti umani non possono dipendere né dal petrolio né dalla geopolitica.
Jessica Casotti
Coalizione Italiana contro la Pena di Morte APS



